il progetto scuole
    imparando dai più giovani..

     Due scuole, in due piccole città della Siria e dell'Italia. Due gruppi di ragazzi della stessa età, simili nel loro essere entusiasti e spontanei eppure estremamente diversi come sensibilità e abitudini.

     I primi, studenti di una scuola di inglese presso la città di Qamishli, ci sorridono orgogliosi nella loro semplice classe – consapevoli di far parte di un progetto unico, che li porterà ad ampliare i loro orizzonti.






       I secondi, studenti di una scuola media di Domodossola, costantemente immersi in una rete di comunicazioni in cui non sempre è facile orientarsi, scoprono cosa significa vivere alla loro età in un paese in stato di guerra.





     Questi ragazzi hanno iniziato a riflettere. Cosa è il passato? Perché studiarlo? Cosa significa "passato" per noi, quali sono le tradizioni che ci legano alle generazioni precedenti alla nostra? E perché è importante proteggere queste tradizioni, e il territorio in cui esse hanno avuto origine?
     Stanno riflettendo, e scrivendo. Si stanno scambiando i loro pensieri, osservando insieme ai loro educatori come le loro sensibilità sono così diverse.

     Ecco alcuni brani tratti dagli elaborati scritti dai ragazzi siriani e italiani in questi primi mesi di lavoro. La loro profondità è davvero impressionante e commovente. Ed è solo l'inizio..

     "Mi chiamo Diana Housein Khalil, e frequento la scuola 'Zaki Arsouzi' a Qamishli. Vivo a Qamishli, ma vengo dal villaggio di Habbo ed è lì che vivono i miei nonni.
     Amo la mia famiglia, non potrei mai vivere lontana da loro perché mi mancherebbero troppo. Sento di appartenere alla mia famiglia, come appartengo al mio Paese; la cultura, l'amicizia e le memorie condivise sono ciò che ci mantiene uniti. (…)
     Al mio villaggio c'è un Tell, e mio papà dice che gli archeologi, Siriani e internazionali, vogliono scavarlo. E nella nostra regione ci sono molti siti archeologici come Tell Beydar, Tell Mozan, Tell Halaf and Tell Leilan. Mio papà dice che c'è un Tell in quasi ogni villaggio in quest'area, e che questo è un segno di una grande civiltà che prosperava in quest'area migliaia di anni fa. E questo rende la mia area molto importante dal punto di vista storico, anche se in questo momento non appare così bella dal punto di vista del paesaggio"...


     "Mi chiamo Soline Abdel baset Oso, e ho 14 anni. Vivo a Qamishli, ma il nome del mio villaggio è Sofia. Vivo con mia mamma, mio papà, un fratello e una sorella. La mia piccola famiglia significa molto per me, e restiamo tutti uniti in questi tempi difficili. (…)
     Penso che sia importante mantenere le tradizioni che esprimono la nostra autenticità e identità. E sono molto orgogliosa quando imparo delle innovazioni dei nostri avi, e del loro livello di cultura, agricoltura e artigianato così sviluppato. (…) Nella mia regione, facciamo ancora alcune cose come si facevano nel passato: ad esempio, lavorare a maglia, creare giocattoli, tappeti e ricamare. Celebriamo anche Nowruz. (…)
     Credo che la mia regione sia molto bella, piena di monumenti archeologici. E il mio villaggio è molto vicino a questi siti. Ogni sito archeologico del mio Paese ha un posto speciale nel mio cuore. Questo è l'unico modo in cui possiamo imparare di più sulla nostra storia, per poter progredire"...


I ragazzi della scuola di Qamishli in visita a Tell Mozan, marzo 2018

     "Ci sono due "tipi" di cose che mi fanno sentire a casa, ma sono due poli opposti e a me sembra veramente strano!
     Di sicuro amo il mare, e vedere albe e tramonti, soprattutto fare il bagno nell'acqua salata. (…) Fin da piccola sono sempre andata al mare e ritornarci mi fa ricordare momenti felici della mia infanzia. (…)
     Però non potrei immaginare di vivere al mare se d'inverno non c'è la neve (assurdo!), sono le due cose opposte sabbia e neve.. (…)
     C'è un'altra cosa che mi piace moltissimo e mi fa sentire a casa: i girasoli perché, mentre andavo al mare, li vedevo sempre. Mio papà, allora, fermava l'auto e ci fermavamo lì, a guardarli, semplici, tanto semplici che ti ricordano come si può essere felici con poco. (…)
     Però ho ancora un dubbio: se queste sono "cose" che mi fanno sentire a casa o sono solo le cose che mi ricordano bei momenti"...
[Isabella, 13 anni]




     "Cosa mi fa sentire a casa? Secondo me la cosa che mi fa sentire a casa è sicuramente il dialetto dei miei nonni, precisamente quello della Val Formazza, insomma chi non ha mai sentito dire dai nonni almeno una frase in dialetto? Credo nessuno. Quando magari i nonni ti parlavano in qualche dialetto strano, e tu che non capivi niente ti limitavi solo ad annuire con la testa. L'unico rimpianto che ho è quello che il dialetto non sia più così diffuso come una volta, e che i giovani di oggi non lo sappiano (io compreso); poiché sarebbe bello eliminare qualche parola usata da noi ragazzi e usare espressioni che ricordano il dialetto dei nostri nonni, penso anche che sia un buon modo per far sapere da dove veniamo"... [Davide, 13 anni]